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domenica 25 giugno 2017

"Voce di lupo" di Laura Bonalumi

La solitudine e la natura come cure per un cuore afflitto


A volte nei libri per ragazzi c'è tutto quello di cui abbiamo bisogno, non servono paroloni o storie complicate dai significati astrusi se non pretenziosi.

Basta un tredicenne, Marco, che ha subito la perdita dell'amico Giacomo, e non è sufficiente l'amore puro che prova per lui Chiara o l'affetto forse troppo protettivo e poco comprensivo dei genitori per fargli, se non superare, almeno accettare l'infausto evento. Marco ha bisogno di solitudine, di ritrovare se stesso, il piacere di vivere. Per farlo sceglie di scappare nel bosco, il bosco che tanto ama, la natura magari non selvaggia ma lontana quanto basta dalla civiltà e dalla frenesia, dalle persone, per far sì che il ragazzo possa riflettere senza pressioni e libero, autonomo.
Il protagonista lascia una lettera, non vuole fare pazzie, ma vallo a spiegare a genitori apprensivi, o all'amica che come lui ha già subito il lutto dell'amico e si ritrova, sebbene in maniera diversa, affranta e abbandonata. Marco con le sue scorte di viveri, il sacco a pelo, la tenda, vivrà un'esperienza catartica in cui ritroverà il senso della vita, imparerà ad accettare le cose che essa ci porta via e ad apprezzare quelle che invece abbiamo, che ci fanno andare avanti e ci danno gioia.
Non solo un libro per ragazzi, ovvio, tutti abbiamo subito delle perdite, tutti abbiamo dovuto confrontarci con quel vuoto incolmabile che man mano, come dice l'autrice, non si riempie mai ma viene accompagnato col tempo da un'accettazione e una gestione dei ricordi che ci fa bene piuttosto che straziarci.

Perché alla fine, di fronte alla scomparsa di un amico, siamo tutti come dei ragazzini indifesi e sconsolati.



["Voce di Lupo" di Laura Bonalumi - ed. Piemme - collana: il battello a vapore, i vortici - 2017 - pp.189 - brossurato con alette ]



E' uscita la mia nuova antologia di racconti, "HOTEL MEZZANOTTE",
clicca QUI per leggere la pagina dedicata ^_^


mercoledì 3 maggio 2017

La strana indagine di Thomas Winslow

di Giacomo Festi


"Sparare ti pone alla giusta distanza dall'obiettivo, una distanza di sicurezza per l'incolumità della tua anima." [Thomas Winslow]



Di primo acchito la combinazione titolo-copertina-sinossi mi sono apparse subito azzeccate e hanno avuto la meglio sul mio essere restio dal giovane-autore-italiano-che-pubblica-per-piccole-case-editrici, categoria tra l'altro della quale faccio parte anch'io...

La storia (copio e incollo la sinossi ufficiale, un po' lunga ma esaustiva). Thomas Winslow è un uomo in fuga. Ma non fugge come una persona normale, egli segue il suo metodo. Scappa di storia in storia, spostandosi di storia in storia quando avviene il climax del racconto e attraversando tutti i generi narrativi. Non sa perché fugge, sa solo che deve scappare. La fuga gli ha annebbiato il cervello ma gli ha lasciato quella basilare informazione. Finché un giorno viene catturato dagli uomini grigi che lo portano dal loro capo, tal Ghilligan, il quale gli rivela che lui altro non è che un personaggio di una storia, dalla quale è fuggito, che giace in stallo in attesa del suo reinserimento. Così viene riportato all'interno della sua storia originale, nella quale è un detective degli anni trenta che deve investigare su un misterioso omicidio... ma l'indagine sarà più profonda di quanto possa aspettarsi. L'indagine più spaventosa e atipica di tutte. Quella dentro se stesso. Un libro che gioca con le citazioni, che omaggia un genere, e nel farlo cerca di rendere giustizia a tutti gli altri. Perché non c'è nulla di più importante al mondo di una storia, qualunque essa sia.

La strana indagine di Thomas Winslow è quel che viene definito un metaromanzo, un romanzo nel romanzo, un'opera che si nutre di se stessa e si rivolge al lettore che è complice e consapevole che tutti nella storia recitano una parte (ma che non è esente da porsi domande): tutti recitano una parte, sì, ma quale? E il fantomatico “libero arbitrio”? Cosa ci sarà mai sotto? Chi è il burattino e chi il burattinaio? Dubbi che invogliano alla lettura, segno che la narrazione funziona.

Abbiamo due stili ben distinti in questo libro, l'inizio e il finale da una parte, la parte centrale dell'altra. L'inizio, in vengono gettate le basi con pochissimi dialoghi, molto descrittiva e introspettiva. Forse questa è una cosa ben voluta e caratteristica, ma al contempo risulta un po' dura da digerire per i miei gusti, nonostante questo le vicende mi abbiano fatto venire in mente le tipiche storie di Neil Gaiman, che poi a dirla tutta sono un campo minato, non è mai semplice mettere giù qualcosa di fantasioso e renderlo plausibile. La parte centrale del romanzo invece è un vero e proprio poliziesco hard-boiled nello stile di Raymond Chandler, con dialoghi taglienti e spassosi e personaggi duri come piacciono a me. La storia sta in piedi, l'indagine poliziesca ambientata negli anni trenta fila che è un piacere, un po' mi spiace sia incastrata in qualcosa di più grande e complesso, ma è anche questo che dà qualcosa in più al romanzo anche se potrebbe non essere apprezzato da chi non è avvezzo a storie che osano scavalcare i confini rigidi dei generi.

La scrittura di Giacomo Festi è sapiente, ricca di citazioni e mai pomposa, che rende al meglio nelle battaglie dialettiche tra i personaggi e nei passaggi veloci ricchi di ritmo.

L'edizione è ben curata, un brossurato da più di 300 pagine con carta bianca e prezzo (10€) molto competitivo, è il primo libro della duetredue edizioni che leggo e l'impressione è molto buona.

Il punto debole del romanzo è forse l'inizio, risulta spiazzante per il lettore seguire il protagonista di storia in storia senza capirne subito il senso, vale comunque la pena portare pazienza per qualche decina di pagine.
Il finale, sebbene un po' troppo dilatato, è molto azzeccato, spiazzante ma che ci sta tutto, mi aspettavo qualcosa alla ShutterIsland (o stando in campo libri a L'isola della paura di Dennis Lehane) e invece la scelta dell'autore di chiudere il cerchio fedele a se stesso l'ho molto apprezzata.

Un romanzo ambizioso, forse imperfetto, ma di sicuro impatto che consiglio.
E confido in un poliziesco dall'inizio alla fine da parte di questo autore prima o poi.

"Non so come fai ad avere questo atteggiamento?"
"Perché so come sono. E tanto mi basta."
"E cioè?"
"Disperato. Non lo siamo tutti in fondo?"
(Thomas & Rourke)


domenica 16 aprile 2017

Quaderni Giapponesi

di Igort


"... mi ricorda le rivendite di fumetti usati che frequentavo da bambino, quando, immerso nei sogni di carta, imparai il potere magico dei libri." [Igort]

Ci ho pensato su se scrivere qualcosa a riguardo o meno, avevo il timore di poter uscire con delle stupidaggini, ma volevo anche riflettere un po' su un'opera anomala nel miglior senso del termine.

Quaderni Giapponesi non è proprio un fumetto, o meglio non lo è nel termine classico del termine con discorsi tra personaggi nelle nuvolette. Quaderni Giapponesi è un libro illustrato, un diario di un viaggio, di un pezzo di vita, un romanzo di formazione, un saggio divulgativo, una finestra su di un mondo lontano dal nostro, è qualcosa di personale al punto da sfuggire agli schemi e alla catalogazione che tanto piacciono all'editoria. I disegni sono funzionali ed evocativi, mai fine a se stessi, il colore, mai forte ma tenue, ci trasmette una calma e una solennità d'altri tempi.

L'autore, Igor "Igort" Tuveri, mica il primo che passa per la strada (QUI la voce su di lui su Wikipedia abbastanza esplicativa per un approfondimento), ci racconta del suo periodo lavorativo trascorso in Giappone, lo scontrarsi con una cultura affascinante ma non sempre comprensibile per un occidentale. I loro ritmi di lavoro assurdi, la pace che riesce a cercare e trovare nel suo privato, la diffidenza ma anche il rispetto che suscitava negli abitanti del posto. 

All'inizio è lecito aspettarsi il resoconto del suo viaggio dall'arrivo in Giappone al suo ritorno in Italia, invece a Igort sembra non fregare niente di dare un capo e una coda agli eventi, e questo è il vero punto di forza della sua narrazione, preferisce invece concentrarsi sulle sensazioni e sulle sue riflessioni. Spesso divaga a raccontare aneddoti, o parlare di persone che ha conosciuto o che avrebbe voluto conoscere, da Hayao Miyazaki a Seijun Suzuki, da Tanizaki a Hokusai, mangaka, scrittori, registi, pittori, persino la storia di Abe Sada che a grandi linee già conoscevo ma che mi ha intrigato non poco. Igort ci racconta un Giappone visto con gli occhi di un osservatore attento e curioso, uno che vuole condividere con noi le sue passioni e il suo stupore come quasi a dirci "il Giappone è così ricco di arte e storia e noi passiamo quasi interamente la nostra vita a ignorarlo".
Forse chi è meno avvezzo alla letteratura e ai fumetti o il cinema giapponese si troverà un po' spiazzato dalle sue divagazioni ma a me, che sono da anni interessato a questi argomenti, sono servite a farmi sentire vicino all'autore come raramente mi era capitato.

Il libro non finisce con il ritorno in Italia, ti lascia così, senza un vero punto, come se fosse un arrivederci, o come è giusto che sia quasi a sottolineare che è il viaggio che conta e non come finisce.

Una storia che sa di vita. 

"Questo libro è una macchina del tempo, mi  ha permesso di viaggiare per due anni all'indietro, a est di me stesso. Di riscoprire i luoghi, rivivere emozioni." [Igort]

Due parole sull'edizione, impeccabile, della Coconino Press - Fandango - del 2015, 184 pagine a colori in formato 17x24 a 19€, ottima edizione e ottima carta e copertina.

lunedì 22 agosto 2016

Strukul versa il sangue dei baroni (e degli sboroni)

Il sangue dei baroni - Matteo Strukul

Finalmente il romanzo che aspettavo da tempo da Strukul


"Ebbe un moto di disgusto alla vista di quel volto sbranato, dai capillari scoppiati, dalle chiazze di sangue rappreso. I lividi erano macchie infami di una dignità che lui aveva strappato. Il dono maledetto della cieca furia di un uomo."
[Il sangue dei baroni - M. Strukul]
 
Essendo padovano anch'io come Matteo Strukul mi sono sempre sentito in dovere di leggere le sue opere, per fortuna contenuti e stile sono sulla mia stessa lunghezza d'onda. Autore versatile dalla prosa sorprendente, ottimo promotore di se stesso, a differenza di altri scrittori italiani, sa come ingraziarsi la carta stampata e i colleghi, che di rimando spingono volentieri le sue opere. Sui social si muove a proprio agio esaltando o stroncando film, libri e serie tv, io pur non essendo un esaltatore e tenendomi lontano dall'idea di vedere tutto o bianco o nero apprezzo chi prende posizioni.

Veniamo alle sue opere, i primi suoi romanzi che ho letto sono stati i tre di Mila Zago, la cazzuta ragazza coi dreadlocks rossi che tra katane e pistole fa un macello, storie semplici e ricche d'azione, veloci, puro intrattenimento e spasso per il lettore. Una lettura leggera e piacevole. Viene poi "La giostra dei fiori spezzati" per una Mondadori che non lo promuove come fa con altri autori (se lo avesse fatto avremmo già un seguito mi sa, e/o e Multiplayer invece hanno fatto un lavoro magnifico a riguardo pur essendo realtà editoriali ben più piccole). Questo primo thriller storico ci porta in una caccia al serial killer ambientata alla fine del 1800 a Padova. Questa storia è stata croce e delizia per me, l'ambientazione patavina, ricreata in maniera magnifica, mi ha proprio esaltato così come il personaggio simil Sherlockiano di Alexander Weisz. Purtroppo ho trovato le parti storiche piuttosto slegate da quelle avventurose quasi a voler sfoggiare a forza tutte le ricerche che l'autore avrà fatto (tante e si vede) sulla Padova di quel periodo. Una sfaccettatura del finale poi... è inaccettabile anche per un bambino di otto anni. Sta di fatto che vorrei rivedere nuovamente tali protagonisti all'opera. "I cavalieri del nord" porta Strukul a fare l'ennesimo salto di qualità, qui le parti storiche e romanzate sono perfettamente amalgamate e la prosa raggiunge livelli d'eccellenza che mi ha costretto a rileggere più volte alcuni passaggi tanta era la classe con cui sono scelte parole e costruite le frasi, muscoli letterari belli gonfi e lucidi. Tutto perfetto? Purtroppo no, forse complice un argomento e un'ambientazione che non mi danno grandi emozioni la storia l'ho digerita poco, senza divorare come al solito il romanzo di turno spinto dal "vediamo che succede". Per il mio gusto la noia era dietro l'angolo, sono in controtendenza da quello che leggo in giro, mea culpa, inoltre la conclusione non risolutiva, come fosse la prima parte di una trilogia (e i protagonisti si presterebbero bene a questo), non aiuta il mio giudizio.

Arriviamo dunque a "Il sangue dei baroni" e qui amici ci siamo, l'evoluzione narrativa è completa, tutte le eventuali mancanze dei precedenti romanzi sono state colmate, via gli orpelli inutili, le ambientazioni storiche ambiziose, qui abbiamo semplicità e schiettezza al servizio di una Padova contemporanea. La migliore opera di Matteo Strukul è servita.
La storia: libera università di Padova, Daniele Capovilla è appena stato silurato per il ruolo di ricercatore a favore della figlia del preside della facoltà di Giurisprudenza, questo darà il via a un escalation di eventi di cui tutti perderanno il controllo e in cui gli innocenti non esistono e una dura punizione non si lesina a nessuno.
Ci troviamo di fronte a 270 pagine senza fronzoli, con personaggi ben caratterizzati, tosti, stolti, psicopatici, nobili, criminali, troie, di tutti i generi possibili per una vicenda che dopo una ventina di pagine non puoi già più mollare. Sangue, sparatorie, giochi di potere, tradimenti, sesso, non manca niente. Un romanzo pulp, un noir dove nulla è lasciato al caso, la scrittura è meno pomposa ma più graffiante, secca, spietata, parole come schizzi di sangue che arrivano sul muso del lettore senza preavviso. All'inizio della lettura mi venivano in mente le opere di Piketts ma è durata poco, ben presto se dovevo pensare a chi paragonare stile e situazioni pensavo subito a Victor Gischler.
Strukul parla senza peli sulla lingue dell'ambiente accademico del quale nella pagine del romanzo fa una critica spietata, feroce, e gran poco velata. Una critica da parte di uno che è laureato in giurisprudenza a Padova e ha conseguito un dottorato di ricerca a Venezia in diritto europeo, uno che scrive con cognizione di causa che mi ha dato parecchio da pensare a vittime, carnefici, e ha cosa ha visto e vissuto lui personalmente.

Un romanzo davvero consigliato.

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"Cero che funziona così! Come dovrebbe funzionare, scusa? Ti sei dimenticato come sei diventato dottorando di ricerca tu?" dice lo spietato preside Carlo Alberto De Marchi.